“Milleproroghe” e Questione Bucaletto

La vecchia politica  parla di “scippo” al progetto sulla riqualificazione delle periferie operato dall’attuale governo, denunciando il dirottamento delle risorse su altri comuni italiani con il fine di screditare l’amministrazione centrale in carica e innescare il solito dualismo tra città del Nord, presunte “preferite” dalla distribuzione delle risorse, e quelle del Sud, con le inevitabili polemiche che alimentano i soliti malumori responsabili di conflitti assolutamente inopportuni e dannosi.

 

Ovviamente, la vecchia politica dimentica di aver votato, ad agosto all’unanimità, (270 senatori su 270) un emendamento al cosiddetto “decreto milleproroghe” che ha sbloccato, in realtà, un miliardo per gli investimenti in 8000 comuni, per poi ritrattare l’errore definendo il documento “truffaldino”, nonostante gli esperti in materia ne abbiano rilevato l’assoluta chiarezza. Non ci si poteva sbagliare.

La recente approvazione del Milleproroghe 2018, qualche giorno fa, ha prorogato al 31 ottobre 2018 il termine per l’adozione dei DPCM di riparto del Fondo per il finanziamento degli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale del Paese e la modifica delle modalità di utilizzo delle risorse del Fondo, tra cui il differimento all’anno 2020 dell’efficacia delle convenzioni concluse finalizzate alla riqualificazione urbana e alla sicurezza delle periferie, realizzando una semplice rimodulazione e non certo un taglio.

Peraltro, come promesso dal Presidente del Consiglio Conte, nel primo decreto utile successivo alla conversione del Milleproroghe verrà inserita una norma in modo da recuperare la realizzabilità dei progetti già in fase avanzata. Ovviamente, il fronte disfattista ha pensato bene di far passare in maniera sottaciuta lo sblocco di circa 1 miliardo di euro in 4 anni (2018-2021) per i comuni in avanzo di bilancio, risorse cumulate da molti comuni in questi anni a causa dei vincoli contenuti nel Patto di Stabilità interno e, successivamente della nuova disciplina del pareggio di bilancio.

Alle periferie, finanziate dal precedente governo peraltro solo per metà dell’importo complessivo (più promesse che risorse reali) sono stati garantiti, invece, i finanziamenti per i primi 24 progetti classificati, mentre degli altri 96 progetti (1,6 miliardi di euro in totale), gli esecutivi verranno finanziati tramite una norma ad hoc e i rimanenti ( circa 800 milioni ) saranno monitorati attentamente nei prossimi mesi a causa di una ulteriore necessaria valutazione che, nell’impossibilità di spendere in tempi brevi, ha suggerito di abilitare risorse per i comuni in avanzo di amministrazione.

Una scelta politica legittima che ha cercato di ottimizzare tempo e denaro, passando sia attraverso la verifica della reale attendibilità ed efficacia di alcuni piani apparsi, in prima battuta, non perfettamente in linea con la riqualificazione auspicata per tipologia di area e obiettivi, sia per l’ottimizzazione di risorse prontamente disponibili con lo sblocco.

E se in comuni in avanzo di bilancio sono localizzati per la maggior parte al Nord è auspicabile che quelli del Mezzogiorno comincino a darsi da fare in termini di efficacia e di efficienza. Ma la vecchia politica ha perso un’altra occasione e quel poco di dignità che dovrebbe appartenere a chi si occupa della cosa pubblica rappresentando i cittadini, e questo per rispetto a coloro i quali hanno affidato un compito così importante per la collettività, venendo meno ad una mission.

L’occasione offerta dal Programma Periferie poteva riconoscere all’amministrazione della città di Potenza, una sinistra travestita da destra, un raro momento di progettazione sensata, invece è risultato l’ennesimo piano mediocre che, pur finanziabile, è stato posizionato in una graduatoria che non gli ha consentito l’attuazione immediata.

Ma la vecchia politica non lo ha spiegato ai cittadini. Non ha spiegato, piuttosto che gridare “al ladro” perché il progetto relativo alla città di Potenza e, nella fattispecie alla cittadella di Bucaletto, occupa solo il 62° posto su 120 progetti, avendo collezionato 55 punti. Dovrebbe spiegare perché su un punteggio massimo possibile di 100 secondo bando, ripartiti per precisi criteri di valutazione, il progetto redatto per la periferia di Bucaletto ne abbia acquisiti mediamente la metà di quelli assegnati per ciascun criterio.

Un giudizio mediocre, in sintesi, se si analizzano criteri e punteggi indicati dal bando: tempestività esecutiva degli interventi (25 punti); capacità di attivare sinergie tra finanziamenti pubblici e privati (…) (fino a 25 punti); fattibilità economica e finanziaria e coerenza interna del progetto… (fino a 20 punti); qualità e innovatività del progetto sotto il profilo organizzativo, gestionale, ecologico-ambientale ed architettonico (fino a 20 punti); capacità di innescare un processo di rivitalizzazione economica, sociale e culturale del contesto urbano di riferimento (fino a 10 punti).

Come dire che un compito d’italiano, in una scala di giudizio tra zero e dieci abbia ricevuto poco più di cinque, nemmeno la sufficienza. Ed il giubilo rappresentato alla firma della convenzione per 18 milioni di euro, il massimo ricevibile per un capoluogo di provincia, non è certo il segnale di una progettazione eccellente (ma spacciata come tale), così come avrebbe meritato un quartiere periferico e fortemente degradato, nato per sistemare “temporaneamente” i senza tetto all’indomani di un evento catastrofico come quello del sisma del 1980  e per quasi 40 anni, residenza ormai definitiva di numerose famiglie potentine. Allora perché non si spiega ai cittadini di Bucaletto e della città di Potenza che nemmeno questa volta gli amministratori sono stati capaci della migliore progettualità affinché il quartiere potesse ambire al legittimo decoro strutturale, urbanistico e sociale e a tutto quello che rende un’area riqualificata, moderna organizzata, vitale e in tempi brevi, soprattutto.

Perché Bucaletto è stato trattato alla stregua di una qualsiasi periferia quando non lo è per i motivi che conosciamo; perché da allora non si è ottenuto un finanziamento speciale che lo riqualificasse o lo ripensasse completamente anche nella localizzazione e perché, in un bando del genere non ha scalato i primi posti.

Sarebbe stato opportuno continuare a spiegare che il merito di un progetto è stabilito dalla graduatoria e non dall’importo assegnato.

E se il progetto di Bucaletto è classificato al 62° posto, considerato che i primi 24 sono stati regolarmente finanziati e risultano esecutivi, l’aver ottenuto il massimo finanziamento possibile indica solo il valore reale di spesa delle opere previste e accordate ma non una elevata qualità attestata, invero, dal punteggio massimo, così come è toccato a Bari (95 punti) o Avellino e Lecce (90 punti) nelle prime tre posizioni.

Città del Mezzogiorno, quindi, dove sono confluite le percentuali più alte di finanziamento (al contrario di quanto si crede rispetto alle regioni del Nord Italia), capaci di garantire alle proprie periferie alti standard e premiate dal Nucleo con i vertici della graduatoria. Farebbe bene l’Anci a riprendere i contatti con il governo per tramite della sottosegretaria all’economia, Laura Castelli, per assicurarsi la soluzione più celere possibile senza innescare dinamiche che potrebbero solo ulteriormente danneggiare i territori degradati delle nostre città.

In  fondo, il riadeguamento dei provvedimenti sospesi, si è reso necessario a causa delle incongruenze e riqualificazioni “farlocche” ma comunque approvate, forse per l’imminente avvicinarsi della kermesse elettorale del 4 marzo scorso. Per Bucaletto, peraltro, alcun dato sull’esecutività del progetto risulta consultando gli uffici comunali.

Alla vecchia politica rimangono i soliti giochetti di discredito dietro i quali continua a nascondere la sua mediocrità gestionale che, ancora una volta ha dato dimostrazione di infallibilità e certezza.

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